Barolo Dop “Sperss” 2016 – Gaja
Gaja è il nome che ha portato il vino italiano ai vertici del mondo. La storia comincia nel 1859, quando Giovanni Gaja fonda l’azienda a Barbaresco, in un piccolo borgo delle Langhe dove la famiglia gestiva anche una trattoria: allora si faceva vino soprattutto per accompagnare i piatti serviti agli ospiti. Da quel gesto artigianale nasce una dinastia che oggi conta cinque generazioni di vignaioli.
La figura che segna la svolta è Angelo Gaja. Dal 1961 guida l’azienda con una visione tanto rivoluzionaria quanto ostinata: dimostrare che il Nebbiolo delle Langhe può stare accanto ai più grandi rossi del pianeta. Angelo è il primo in Piemonte a introdurre le barrique francesi da 225 litri, il primo a imbottigliare cru a vigneto singolo riportando il nome della parcella in etichetta, il primo a piantare Cabernet Sauvignon, Chardonnay e Sauvignon Blanc in una terra che fino ad allora conosceva quasi soltanto i propri vitigni autoctoni. Scelte discusse, a volte scandalose per l’epoca, che hanno però riscritto le regole e trascinato in alto l’intera denominazione.
Dietro la sua determinazione c’è un’eredità precisa: quella della nonna Clotilde Rey, donna di origini francesi e di carattere ferreo, che gli trasmise l’idea che la qualità non ammette compromessi. È una convinzione che a casa Gaja si respira ancora, in ogni vigna e in ogni cantina.
Oggi al fianco di Angelo lavora la quinta generazione: le figlie Gaia e Rossana e il figlio Giovanni, che portano avanti la stessa ricerca del padre spostandola verso uno stile sempre più elegante, verticale e teso, lontano dalle estrazioni potenti di un tempo. Il passaggio generazionale, ormai compiuto, non ha tradito l’identità della casa: l’ha affinata.
Il cuore dell’azienda resta in Piemonte, con i vigneti storici di Barbaresco e Barolo, ma il progetto Gaja si è esteso ben oltre le Langhe. In Toscana la famiglia ha acquisito Pieve Santa Restituta a Montalcino, per il Brunello, e Ca’Marcanda a Bolgheri, sulla costa, dove i tagli bordolesi convivono con la sensibilità piemontese. Una regola non scritta accompagna tutto: ogni vino nasce esclusivamente da uve di proprietà, coltivate su terreni scelti e conosciuti vigna per vigna.
Ciò che distingue Gaja non è solo la tecnica, ma un modo di pensare il vino come espressione autentica di un luogo. Ogni etichetta racconta un terroir preciso — un’esposizione, un suolo, un microclima — e niente viene lasciato al caso o standardizzato. È questa coerenza, mantenuta per oltre centosessant’anni, ad aver reso il nome Gaja sinonimo di eccellenza assoluta e a farne uno dei pochissimi produttori italiani riconosciuti ovunque, dalle enoteche di Tokyo alle carte dei vini di New York.
Comprare una bottiglia Gaja significa portare a casa un pezzo della storia enologica italiana: il coraggio di un uomo, la memoria di una famiglia e la voce inconfondibile delle Langhe. Un patrimonio che continua a evolversi restando profondamente fedele a sé stesso.
Gaja Sperss 2016 ha ottenuto 100/100 da Robert Parker e da Jeb Dunnuck, in una delle migliori annate di sempre per il Piemonte!
Sperss — che in dialetto piemontese significa nostalgia — nasce dai cru di Marenca e Rivette, nel comune di Serralunga d’Alba, un anfiteatro esposto a sud/sud-ovest di marne calcareo-argillose compatte che la famiglia acquistò nel 1988, segnando il ritorno di Gaja nel Barolo dopo le origini a Barbaresco. Le uve Nebbiolo, raccolte da viti di circa cinquant’anni d’età, fermentano con le bucce in acciaio a temperatura controllata, con una macerazione di alcune settimane che estrae con delicatezza colore, struttura e i tannini nobili del vitigno.
L’affinamento procede poi in due tempi: circa dodici mesi in barrique di rovere francese, che modellano il frutto con precisione quasi borgognona, seguiti da un ulteriore passaggio in grandi botti di legno, dove il vino si distende, integra il legno e guadagna in complessità prima dell’imbottigliamento. Dalla vendemmia 2013 il Sperss è tornato a fregiarsi della denominazione Barolo, e l’annata 2016 — considerata una delle più grandi di sempre per il Piemonte — ne rappresenta forse l’espressione più compiuta.
Degustazione
Colore: rosso rubino profondo e luminoso, con nascenti riflessi granato.
Naso: ampio e stratificato, si apre su ciliegia e piccoli frutti di bosco come il mirtillo, per poi svelare viola, rosa appassita, pietra focaia, tabacco dolce, liquirizia e un tocco di spezie scure.
Bocca: potente ma mai pesante, di grande purezza; i tannini sono fini e vibranti, il frutto resta cristallino e una freschezza sorprendente sostiene un sorso lungo e minerale, che si chiude su note di tartufo e sottobosco.
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