Côtes du Jura Macération “Sur Charrière” 2019 – Labet
Labet è oggi uno dei nomi che meglio raccontano la rinascita del Jura. La cantina ha radici e cuore a Rotalier, all’estremità meridionale del vigneto jurassiano, in quella regione che i vignaioli chiamano Sud-Revermont: un anfiteatro di colline dolci — la celebre combe de Rotalier — dove la geologia si fa complessa e rara. Qui il sottosuolo alterna argille e marne blu del Lias a lastre calcaree del Bajociano, le dalles calcaires: un terroir inusuale per il Jura e straordinariamente vocato allo Chardonnay e al Savagnin, che vi trovano tensione, sapidità e una definizione quasi cristallina.
La storia di famiglia comincia nel 1974, quando Alain e Josie Labet danno forma a un domaine artigianale, fatto di micro-parcelle — spesso di vecchie vigne, tra i 15 e gli 80 ari — disseminate in una quarantina di appezzamenti tra più comuni e una dozzina di lieux-dits. È però con l’arrivo dei figli — Julien, Romain e Charline — che l’azienda compie il suo salto. Julien Labet, in particolare, dopo un’esperienza formativa in Borgogna presso Domaine Ramonet, fonda nel 2003 la propria realtà e diventa il motore di una visione precisa: vini ouillé, cioè colmati e non ossidativi, lontani dallo stile sous voile più classico della regione, capaci di restituire ogni singola parcella con nitidezza assoluta.
Julien è tra i primi nel Jura a fermentare e imbottigliare parcella per parcella, alla maniera borgognona, anziché assemblare tutto. Nel 2013, con il ritiro dei genitori, le due tenute si fondono in un’unica entità: nasce il Domaine Labet come lo conosciamo oggi, condotto a sei mani dalla fratria.
Il gesto viticolo è quello dell’agricoltura biologica, adottata da Julien fin dai primi anni Duemila e poi estesa all’intero domaine, con tutte le cuvée certificate a partire dalla vendemmia 2016. In vigna il lavoro è minuzioso, parcella per parcella; in cantina la filosofia è quella del minimo intervento: lieviti indigeni, nessun additivo, solfiti ridotti a tracce o del tutto assenti a seconda delle cuvée. Il risultato sono vini di rara purezza, dove la mano dell’uomo si fa sentire nella scelta e nel rigore, mai nella forzatura.
La gamma è un mosaico affascinante di Chardonnay e Savagnin vinificati come cru borgognoni — ciascun lieu-dit imbottigliato separatamente — accanto a rossi di grande finezza (Poulsard, Trousseau, Pinot Nero) che oggi sono tra i più emozionanti dell’intero Jura, e a sperimentazioni di macerazione sulle bucce che spingono la varietà bianca verso territori inediti di texture e profondità. Le cuvée macerate, in particolare, rappresentano il volto più audace e sperimentale del domaine: bianchi che si tingono d’ambra e conquistano tannino e materia senza rinunciare alla tensione. Ogni etichetta porta il nome del terroir da cui proviene, in un dialogo continuo tra suolo, esposizione e millesimo.
Bere un vino di Domaine Labet significa entrare in un linguaggio fatto di precisione e luminosità, dove l’energia salina del sottosuolo bajociano incontra l’eleganza di una viticoltura pensata come atto di ascolto. Non stupisce che la critica lo indichi ormai stabilmente tra i riferimenti assoluti della regione — uno dei fers de lance del rinnovamento jurassiano — e che ogni annata sia attesa e ricercata dagli amatori di tutto il mondo. È una cantina che non insegue mode, ma coltiva un’idea antica e radicale insieme: che il grande vino nasca prima di tutto nel silenzio della vigna, e che il compito del vignaiolo sia semplicemente non tradirlo.
Vinificazione
Il Macération “Sur Charrière” 2019 nasce dall’omonimo lieu-dit di Rotalier, nel Sud-Revermont, su terreno di argilla e marna blu del Lias, da un assemblaggio di 70% Savagnin e 30% Chardonnay. Vendemmiato a mano il 1° ottobre 2019, il vino è vinificato nella maniera più radicale del domaine, senza intranti e con soli lieviti indigeni: circa il 30% dell’uva viene diraspato, il resto lasciato a grappolo intero, e la massa affronta una macerazione sulle bucce di 14 giorni che conferisce colore, materia e la lieve grip tannica tipica dei bianchi orange.
Segue un affinamento in stile ouillé (colmato, dunque non ossidativo) di 9 mesi, ripartito tra 65% in anfora grezza e 35% in fusti di rovere da 228 litri, sulle fecce fini. L’imbottigliamento, avvenuto il 21 agosto 2020 senza chiarifica né filtrazione e con minima aggiunta di solfiti, restituisce un vino di equilibrio netto — pH 3,73, acidità totale 3,7 g/L — che esce come Vin de France orange, fuori dalla denominazione ma pienamente dentro l’identità del suo terroir. Da viticoltura biologica certificata (FR-BIO-01)
Colore: giallo dorato profondo, tendente all’ambra, con riflessi aranciati tipici della macerazione. Alla vista si presenta velato e opalescente, leggermente torbido — conseguenza naturale della vinificazione senza chiarifica né filtrazione e dell’affinamento sulle fecce fini. Un aspetto vivo e integrale, che anticipa la materia e la profondità del sorso.
Naso: intenso e stratificato, si apre su frutta secca (noce, nocciola, mandorla), albicocca essiccata e mela cotogna, per poi virare su scorza d’arancia candita, miele leggero e cera d’api. In sottofondo emergono note speziate (una punta di zafferano e noce moscata) e un ritorno salino-minerale inequivocabilmente jurassiano.
Bocca: attacco ampio e quasi onctueux, dove la vinosità della macerazione dialoga con una grip tannica fine e con un’acidità vibrante che tiene il sorso teso ed evita ogni pesantezza. Vino carnoso, croccante e profondo, di grande energia.
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