Barolo DOCG 2016 – Bartolo Mascarello
Bartolo Mascarello è molto più di una cantina: è un simbolo dell’anima più autentica delle Langhe e uno dei nomi che hanno scritto la storia del Barolo. La sede si trova nel cuore del paese di Barolo, all’ingresso del borgo, dove tutto è rimasto piccolo, artigianale e volutamente lontano dalle logiche del marketing. La storia comincia nel 1918, quando Giulio Mascarello fonda la propria cantina e sceglie di imbottigliare parte della produzione con il proprio nome, in un’epoca in cui il vino di Langa viaggiava quasi solo sfuso. Da allora lo stemma del torrione, emblema di famiglia, accompagna ogni etichetta.
Fu però Bartolo Mascarello, figlio di Giulio, a trasformare l’azienda in una leggenda. Uomo colto, ironico e profondamente coerente, Bartolo divenne il portavoce della tradizione barolista in anni in cui la denominazione era attraversata dalla contrapposizione tra modernisti e tradizionalisti. Mentre molti inseguivano i cru singoli e l’uso della barrique per ammorbidire e semplificare il Nebbiolo, Bartolo restò fedele a una visione opposta: il grande Barolo nasce dall’assemblaggio di più vigneti e dall’affinamento in grandi botti di rovere, senza scorciatoie e senza mode.
Da questa fermezza nacque anche la sua etichetta più celebre, la dissacrante «No Barrique No Berlusconi», dipinta a mano, oggi oggetto di culto tra i collezionisti e manifesto di una libertà di pensiero che andava ben oltre il vino. Non a caso, per gran parte del Novecento la sua cantina fu un punto di ritrovo per intellettuali, artisti e appassionati arrivati da ogni parte del mondo.
Il cuore della filosofia Mascarello sta proprio nella scelta di non separare le parcelle. Le uve provengono da alcuni dei cru più prestigiosi del comune di Barolo — Cannubi, San Lorenzo e Rué — e dalle Rocche dell’Annunziata a La Morra, per una superficie complessiva di appena cinque ettari. Un patrimonio minuscolo, che si traduce in una produzione limitatissima e in bottiglie tra le più ricercate al mondo. Per Bartolo, unire i diversi terroir in un’unica etichetta non era un limite, ma la via maestra per ottenere equilibrio, armonia e complessità, secondo la più pura tradizione langarola.
Dopo la scomparsa di Bartolo, nel 2005, la guida è passata nelle mani della figlia Maria Teresa Mascarello, entrata in azienda nei primi anni Novanta al fianco del padre. Con rigore e straordinaria sensibilità, Maria Teresa ha proseguito il lavoro senza tradire una virgola della filosofia di famiglia: fermentazioni spontanee, nessun intervento invasivo, rispetto assoluto dell’annata e del luogo. La qualità è rimasta intatta, e con essa il mito — un lavoro che la critica internazionale, da Wine Advocate a Vinous, ha consacrato annata dopo annata ai massimi vertici mondiali.
Oggi la cantina produce complessivamente poche decine di migliaia di bottiglie all’anno, tra Barolo, Dolcetto, Barbera, Freisa e Nebbiolo. Ma è il Barolo — un’unica, iconica etichetta — a rappresentare il vertice assoluto della casa: un vino austero e timido in gioventù, capace però di evolvere per decenni fino a raggiungere vette di complessità e profondità rarissime. Bere un Bartolo Mascarello significa entrare in contatto con una delle espressioni più pure e integre del Nebbiolo e con una filosofia che ha fatto scuola: quella di chi ha scelto di restare fedele a se stesso, trasformando la coerenza in eleganza liquida e in una vera e propria icona del vino italiano nel mondo.
100/100 – Robert Parker’s Wine Advocate (Monica Larner), che ha definito la 2016 «una vera icona dell’annata» e strutturalmente perfetta, il modello ideale a cui un Barolo dovrebbe aspirare. Una delle rarissime votazioni perfette assegnate alla denominazione, che consacra la 2016 come una delle più grandi annate del secolo per il Barolo.
A completare il quadro: 99/100 Wine Enthusiast (Kerin O’Keefe), 98+/100 Vinous (Antonio Galloni) e 18/20 JancisRobinson.com (Walter Speller).
Il Barolo 2016 di Bartolo Mascarello nasce dall’assemblaggio di uve Nebbiolo provenienti dai quattro storici cru di proprietà — Cannubi, San Lorenzo e Rué nel comune di Barolo e Rocche dell’Annunziata a La Morra — vendemmiate a mano e mai vinificate separatamente, secondo la più autentica tradizione langarola che fa dell’unione dei terroir la chiave dell’equilibrio. Dopo la raccolta le uve vengono vinificate insieme in vasche di cemento, con fermentazioni spontanee affidate ai lieviti indigeni e lunghe macerazioni sulle bucce, che possono protrarsi anche oltre il mese per estrarre struttura e materia nel massimo rispetto del frutto.
Bandita ogni barrique, l’affinamento prosegue per circa 32 mesi in grandi botti di rovere di Slavonia, seguito da un ulteriore riposo in bottiglia prima dell’uscita sul mercato; il vino non viene filtrato, così da preservarne intatta la purezza. Un metodo immutato nel tempo, tutto manuale e privo di scorciatoie tecnologiche, che consegna un Barolo tradizionale costruito per attraversare i decenni.
Degustazione
Colore: rosso rubino trasparente e luminoso, già percorso dai tipici riflessi granato-aranciati del grande Nebbiolo.
Naso: raffinato e cesellato, di grande complessità, apre su piccoli frutti rossi selvatici, rosa e viola appassite, per poi svelare liquirizia, scorza d’arancia candita, catrame, spezie, cuoio e sfumature minerali di grafite e ferro.
Bocca: austero e vibrante, di grande profondità, con un nucleo compatto di frutto rosso, acidità tesa e dinamica e tannini nobili, fitti e finissimi, che spingono un finale lunghissimo, saporito e di impronta minerale. Un vino ancora giovane, dall’energia nervosa, dal potenziale evolutivo quasi infinito.
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