Venezia Giulia Igt Bianco “RS” 2023 – Radikon
Radikon è uno di quei nomi che non hanno bisogno di presentazioni: quando si parla di vini macerati e di orange wine, tutto comincia qui, a Oslavia, una manciata di case sulle colline del Collio goriziano, a pochi metri dal confine sloveno. È in questo lembo estremo del Friuli Venezia Giulia, segnato dalla Grande Guerra e da una cultura contadina di frontiera, che la famiglia Radikon coltiva la vite da generazioni: i primi vigneti furono piantati dal nonno materno di Stanko, Franz Mikulus, con la Ribolla Gialla, l’uva simbolo di queste colline.
La svolta arriva con Stanko Radikon, che inizia a vinificare nel 1976 e nel 1995 compie una scelta rivoluzionaria e insieme antichissima: tornare alla lunga macerazione sulle bucce delle uve bianche, come faceva suo nonno. In un’epoca in cui il Friuli inseguiva i bianchi tecnologici, freschi e filtrati, Stanko va nella direzione opposta, insieme al vicino Josko Gravner. Da quella intuizione nasce, di fatto, il movimento moderno degli orange wine: vini bianchi vinificati come i rossi, con settimane o mesi di contatto con le bucce, fermentazioni spontanee in tini di legno aperti, nessun controllo di temperatura, nessuna filtrazione. E, dal 2002 sui vini storici, nessuna aggiunta di solfiti: è la macerazione stessa a proteggere il vino.
L’azienda lavora circa una dozzina di ettari di vigneto sulla ponca, il tipico suolo di Oslavia fatto di marne e arenarie di origine eocenica, friabile e povero, che obbliga le radici a scendere in profondità e regala ai vini una mineralità inconfondibile. La conduzione è rigorosamente biologica, senza erbicidi né pesticidi, con lavorazioni manuali e rese bassissime: per Stanko prima, e per suo figlio ora, il vino si fa in vigna, e in cantina si accompagna soltanto.
Dal 2016, anno della prematura scomparsa di Stanko, l’azienda è guidata da Saša Radikon, cresciuto tra i tini e le botti, enologo di formazione ma artigiano per vocazione. Saša ha saputo custodire l’eredità paterna aggiungendo una voce propria: accanto ai vini storici — Ribolla, Oslavje, Jakot — nelle iconiche bottiglie da 500 ml e un litro con il collo sottile disegnato da Stanko, ha creato la linea “S” (Slatnik, Sivi, RS), pensata come porta d’ingresso al mondo Radikon. Stessi vigneti, stessa filosofia, ma macerazioni più brevi e affinamenti più contenuti, per vini macerati più immediati e conviviali, in formato classico da 750 ml.
Oggi Radikon è un punto di riferimento assoluto del vino naturale a livello mondiale: le sue bottiglie sono ricercate dai collezionisti e presenti nelle carte dei migliori ristoranti, eppure l’azienda è rimasta quella di sempre, una famiglia che lavora la propria terra con rispetto e testardaggine. I vini di Oslavia firmati Radikon non assomigliano a nient’altro: hanno la profondità dei grandi rossi, l’energia dei bianchi di montagna e una capacità di invecchiamento che supera i vent’anni. Sono vini che raccontano un luogo, una famiglia e un’idea radicale di purezza: quella per cui il vino, per essere davvero grande, deve essere prima di tutto vero.
l Radikon RS 2023 — le iniziali stanno per “Rosso Saša”, dal nome del suo creatore — è il volto rosso della linea S, nato nel 2014 dalla volontà di Saša di affiancare ai grandi macerati bianchi un rosso di energia e bevibilità. L’uvaggio unisce Merlot (75%), piantato dalla famiglia già nel 1948, e Pignolo (25%), raro e antico vitigno autoctono friulano che regala struttura e longevità: le vigne, di circa trent’anni, crescono su un pendio esposto a sud accanto alla cantina, su suoli di ponca, coltivate in regime biologico e vendemmiate a mano.
Le uve, diraspate, vengono co-fermentate spontaneamente con lieviti indigeni in tini di rovere da 25 ettolitri, senza controllo della temperatura e senza alcuna aggiunta; la macerazione sulle bucce dura circa due settimane, con follature manuali più frequenti nei primi giorni, quanto basta per estrarre colore e struttura senza asperità. Il vino affina poi in botti grandi di rovere e viene imbottigliato senza chiarifiche né filtrazioni, con al più una quantità minima di solfiti.
Degustazione
Colore: rosso rubino brillante con riflessi purpurei, luminoso e vivo; possibile una leggera velatura, naturale conseguenza dell’assenza di filtrazione.
Naso: fresco e selvatico, apre su piccoli frutti rossi croccanti — lampone, ribes, melagrana — e violetta, poi le note tipiche del Pignolo: pepe, tabacco fresco, sottobosco e una sottile traccia minerale ferrosa.
Bocca: sorso teso e succoso, di grande bevibilità; la morbidezza carnosa del Merlot è attraversata da un’acidità vibrante e minerale, mentre il Pignolo disegna una trama di tannini fini e gessosi che dà forma senza pesantezza; il finale è asciutto e sapido, con ricordi di cacao amaro ed erbe selvatiche.
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